"Resilienza: L’Elettricità della Roccia"

Cosa significa davvero resilienza quando la teoria lascia il posto alla realtà? Tra i cavi d’acciaio di una ferrata dolomitica e l'aria che vibra prima del temporale, la montagna ci spoglia di ogni retorica. Non è questione di sfidare la tempesta, ma di saper aspettare la finestra giusta. Un viaggio sensoriale e intimo per ridefinire la forza di ritornare..... Leggi l'articolo completo...

LA RESILIENZA

Elisa Giorgi

10/1/20262 min read

Non lo sentivo all’inizi, d’altronde le previsioni davano sole fino alle 14:00 ma accade, ed eravamo già a metà parete, su una via ferrata nelle Dolomiti.

Immagina sei lì, incastrato tra il vuoto profondo sotto gli scarponi e una cresta di calcare che ancora ti nasconde la cima. Attorno a te, d’improvviso, il silenzio della montagna cambia voce. L’aria si fa densa, fredda, quasi metallica. La senti chiaramente: ti solleva la pelle delle braccia, fa rizzare i peli, ti attraversa con un brivido che non è solo freddo. È l'odore pungente dell’ozono. Il cielo si è chiuso in un grigio piombo e il cavo d’acciaio a cui sono agganciati i tuoi moschettoni, fino a un secondo prima il tuo unico cordone ombelicale con la salvezza, comincia a vibrare. Sta arrivando il temporale.

In quell'istante, sospeso nel vuoto, cosa significa davvero RESILIENZA?

Non è la pietra che sfida il fulmine. Se provi a fare il duro, a pietrificarti per la paura o la rabbia, la montagna ti spezza. La vera forza che si risveglia in parete non ha nulla di eroico o di teorico: è un istinto primordiale, una chiarezza improvvisa e feroce.

Il tuo mondo, d’un tratto, si rimpicciolisce. Scompaiono i pensieri di ieri, i dubbi su chi sei o dove stai andando nella vita. Tutto si riduce a tre cose: il ritmo affannato del tuo respiro, la roccia ruvida sotto le dita e quel profilo di legno scuro che intravedi o speri di vedere poco più in alto. Il rifugio.

Dentro di te parte una preghiera solitaria. Non fatta di formule, ma di un’energia muta, concentrata, che ti grida da dentro di tenere duro. Ma tenere duro non vuol dire buttarsi a capofitto nella bufera. La montagna ti insegna la prima vera lezione della resilienza: la geometria dell'attesa.

Imparare ad aspettare la finestra giusta. Ci sono momenti in cui devi schiacciarti contro il calcare bagnato, fare un respiro profondo e lasciare che la raffica più violenta ti scarichi addosso la sua furia senza rovesciarti. E poi, appena il vento concede un secondo di tregua, muoverti. Un passo. Solo uno. Poi un altro. Non guardi l'intera scalata, guardi solo l'unico appiglio sicuro per la punta dello scarpone.

E poi, quando il ghiaccio della pioggia sembra esserti entrato fin dentro le ossa, le tue dita trovano il legno della porta. Spingi.

L’impatto con l’interno del rifugio è quasi uno shock emotivo. Il profumo intenso del pino, la zuppa che bolle, il calore della legna che ti investe la faccia. Ti lasci cadere a terra, nell'angolo del camerone, avvolto in una coperta di lana pesante su un materassino. Fuori il temporale continua a ruggire o è ormai passato , ma lì, al caldo, il tuo corpo inizia finalmente a mollare la presa. Sentire i muscoli che si sciolgono, il battito che rallenta e la pelle che lentamente ritrova il suo tepore... è una forma di grazia pura. Sei in salvo.

Il giorno dopo, quando il sole torna a lavare le pareti di croda e il cielo ha un azzurro che quasi fa male agli occhi, ti affacci a guardare il percorso fatto.

La vera resilienza sta tutta in questo ritorno. Non è uscire intatti dalla tempesta come se nulla fosse stato. È avere il coraggio di guardare di nuovo quella parete, sapendo di averne visto la faccia più dura, e sentire che non hai più paura. Perché hai scoperto che anche quando l'aria si carica di elettricità e il mondo sembra crollare, dentro di te c'è uno spazio capace di aspettare la finestra giusta, di fare un passo alla volta e di ritrovare sempre la strada verso casa.

Un Abbraccio

Elisa

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