
"Oltre il limite: l’arte di perdonare se stesse quando il "fare" non basta"
Il peso più grande che ci portiamo dietro non è quasi mai quello che gli altri caricano sulle nostre spalle, ma quello che ci infliggiamo da sole. Nel cammino di ogni giorno il perdono è un territorio denso da esplorare, ...Perdonarsi per non essere riuscite a fare... Per non essere state abbastanza.. Voglio raccontarvi una storia. È un ricordo che riaffiora spesso, come un vecchio quaderno ritrovato in fondo a un cassetto, ambientato nel riflesso asettico delle luci al neon di un ufficio di qualche anno fa.. Leggi l'articolo completo..
IL PERDONO
Elisa Giorgi
6/1/20264 min read


Il peso più grande che ci portiamo dietro non è quasi mai quello che gli altri caricano sulle nostre spalle, ma quello che ci infliggiamo da sole. Nel cammino di ogni giorno il perdono è un territorio denso da esplorare, a tratti nebbioso, ma profondamente liberatorio. Proprio quel tipo di perdono che fa più male, perché si rivolge verso l'interno. Perdonarsi per non essere riuscite a fare. Per non essere state abbastanza. Per quel limite che abbiamo vissuto come un fallimento.
Voglio raccontarvi una storia. È un ricordo che riaffiora spesso, come un vecchio quaderno ritrovato in fondo a un cassetto, ambientato nel riflesso asettico delle luci al neon di un ufficio di qualche anno fa.
La stanza dalle luci accese
Erano le otto di sera passate. Intorno, solo il silenzio pesante dei corridoi deserti e il ronzio ipnotico dei computer. Io ero immobile davanti allo schermo, con le dita sospese sulla tastiera gli occhi fissi, la mente annebbiata e stanca dal mal di testa..
Il progetto sul tavolo era semplicemente "troppo". Troppo grande per le mie forze di quel momento, troppo complesso, troppo tutto. Avevo passato le ultime tre settimane a rincorrere scadenze, a incastrare task, a sottrarre ore al sonno e ai pensieri leggeri, pur di dimostrare a me stessa — e al mondo — che potevo farcela. Nulla era troppo.
E invece, ero ferma. Bloccata davanti ad un software che sembrava ridere di me. Non sarei passata da quella porta. Non avrei consegnato in tempo. Sentivo il sapore amaro di quella che consideravo una resa.
I passi di quella che chiameremo “Marta” interruppero il silenzio. “Marta” era la responsabile della divisione. Una donna dallo sguardo dritto e i modi fermi, di quelle che incutono un naturale rispetto appena entrano in una stanza. Si fermò sulla soglia del mio ufficio, la borsa già in spalla e le chiavi dell'auto in mano.
«Ancora qui?» chiese, con una voce inspiegabilmente morbida per quell'ora.
Io non risposi subito. Mandai giù il nodo che avevo in gola, stringendo i pugni sotto la scrivania per non sbottare in rabbia. «Non ho finito. Non ci riesco. Mancano ancora la metà delle modifiche e il progetto non è pronto. Mi dispiace, non so cosa fare, un fallimento..»
Le gettai addosso quella parola, "fallimento", come una colpa da espiare. Mi aspettavo il suo disappunto, forse una nota di rimprovero, o peggio, quella faticosa riorganizzazione del lavoro che avrebbe pesato su tutti.
“Marta” non si mosse dalla porta. Lasciò scivolare la borsa sulla sedia accanto alla mia, si avvicinò e si poggiò sul bordo della scrivania, guardando lo schermo e poi me.
«Chiudi il computer» disse semplicemente.
«Ma la consegna...»
«Chiudilo.» Il suo tono non ammetteva repliche, ma non c'era durezza. Solo una ferma e protettiva lucidità.
Lo richiusi, e in quel momento mi sembrò di spegnere l'ultima luce della mia dignità professionale. Rimasi a fissare la tastiera, incapace di guardarla negli occhi.
«Sai qual è il tuo errore più grande oggi?» mi chiese “Marta”, incrociando le braccia.
«Non aver calcolato bene i tempi. Non aver chiesto aiuto prima» risposi, pronta a recitare il Mea Culpa che avevo già formulato nella mia testa.
Marta scosse la testa e accennò un sorriso stanco, ma pieno di una comprensione antica. «No. Il tuo errore è pensare che la tua pianificazione ideale abbia più valore di te. Tu non ti stai arrabbiando perché il lavoro non è pronto. Ti stai punendo perché hai scoperto di avere un limite. E non te lo perdoni.»
Quelle parole risuonarono nella stanza vuota come un rintocco.
«ma io dovevo farcela» sussurrai, e la voce finalmente mi tremò.
“Ricorda non siamo dottori che stanno operando a cuore aperto” rispose lei, posando una mano leggera sulla mia spalla. «Il progetto si sposta di tre giorni. Domani mattina lo guardiamo insieme e tagliamo quello che non serve. Ma stasera, quando torni a casa, devi fare una cosa più difficile Devi guardarti allo specchio e dirti: 'Va bene così. Ho fatto tutto quello che potevo con le risorse che avevo'. Non sei una macchina e finchè non lo capirai, ogni intoppo sarà una condanna che ti infliggi da sola. E io non ho bisogno di martiri in ufficio, ho bisogno di persone serene.»
La bussola del perdono:
Quella sera tornai a casa con un senso di vuoto che, lentamente, si trasformò in spazio. Spazio per respirare.
La morale che custodisco da quel giorno, e che voglio donarvi oggi, è che il perdono verso se stesse non è un atto di debolezza o di rassegnazione. È un atto di assoluta verità.
Ci educhiamo all'efficienza, all'accoglienza degli altri, all'ascolto dei bisogni altrui, ma diventiamo giudici spietati e inflessibili quando si tratta delle nostre mancanze. Visualizziamo una linea d'arrivo ideale e, se le gambe cedono a pochi metri dal traguardo, non ci prendiamo cura delle ferite: ci rimproveriamo di non aver corso più velocemente.
Perdonarsi per non essere riuscite a fare significa smettere di misurare il proprio valore solo in base ai risultati raggiunti. Significa accogliere la vulnerabilità non come un difetto di fabbrica, ma come la trama stessa della nostra sensibilità.
Questo mese, proviamo a guardare le nostre "mappe interiori" e a cercare quei confini dove abbiamo tracciato, con inchiostro rosso, la parola fallimento. Prendiamo una gomma, cancelliamola e scriviamo, al suo posto, una frase più dolce, la stessa che “Marta” regalò a me in un ufficio vuoto:
Ho fatto del mio meglio, ed è abbastanza così.
